sabato 24 settembre 2016

matsuri (祭り) per un giorno

11 settembre 2016, Tokyo

davanti al Tempio Fuji mae jinja

Tutto inizia quando il sensei torna con una spalla devastata per qualcosa cui ha partecipato in Giappone. Questa cosa ha un nome che non ricorderò per i successivi 4 anni e che di tanto in tanto dovrò farmi ripetere. "Matsuri, e vuol dire festa”.
Il sensei adesso fa parte della comunità del quartiere di Komagome, a Tokyo. Ha la giacca da matsuri con il suo nome da una parte, dall’altra quello del tempio, il Fuji mae jinja.

Cosa fosse un matsuri finora me lo ero solo immaginato, grazie ai racconti del sensei. 
Una sorta di processione, un po’ come quelle del venerdì santo dei paesi del sud Italia. Poi tanta sofferenza fisica dovuta al trasporto a spalla del mikoshi , che ha dei campanelli e orpelli, così chi trasporta deve pure saltellare.
Il matsuri di Komagome
Tokyo
Funziona che varie comunità di uno stesso quartiere hanno un tempio consacrato a un Dio o una Dea. Quella di Komagome è la Dea Amaterasu

A me sarebbe bastato andare a scattare delle foto. Il sensei invece mi ci ha iscritto, principalmente in risposta alle mie battute sulla sua carriera sacerdotale nel tempio giapponese (lui che religioso non lo è manco per niente).

Al mattino si va a preparare il carro. Io e LaBi la pulizia ce la siamo risparmiata. LaBi mi ha portato direttamente da Tanuji Shokudo, il ristorante modello kiss-me-licia di Yukio-san e Sakamoto-san. Qui, come in altri posti del quartiere, vengono offerti cibo e bevande ai portantini durante le soste. 
C'è un’americana con la figlia, vivono da 2 anni a Tokyo e sono aduse al matsuri. Poi arrivano due cinesi di Hong Kong, marito e moglie, adusi anche loro. Ne arrivano altri alla spicciolata. Ognuno indossa giacca e l’obi (la cintura) forniti da Sakamoto-san. Ai piedi molti di noi hanno i tabi, le scarpe col dito. 

Al tempio è tutto pronto. Chi in mutande, chi in pantaloni corti, lunghi; i maschioni scaldano i muscoli, mentre le ragazze sorridono e si truccano in un angolo. Belle decise anche loro. 
Il carro d’oro è pronto. Lucidato a festa. Sono due. Uno piccolo, con cui inizieremo il giro (dice l’uomo con l‘altoparlante) e uno grande, che gira solo ogni 4 anni e questo è un quarto anno. Il grande carro sarà portato dai rappresentanti delle 13 comunità del quartiere.

Si comincia. Il signore col megafono dà il via, si battono le mani a ritmo di 3 colpi per 3 volte e si chiude con un solo colpo. Il sensei è già sotto. Io guardo per ora. 
“Is-ssah!”
“Do-rèh!”
Chissà che dicono in realtà. 

Il carro è sulle spalle e gira per le vie. E’ impressionante il contrasto tra il vecchio e il nuovo. Il carro va dove deve andare, nei vicoli, così come nella strada a 4 corsie, con le macchine moderne che gli passano accanto. C’è molta enfasi. Vigili e polizia sorvegliano il traffico e chi non trasporta, accompagna e dirige il carro ed è pronto a dare il cambio. Chi sta fuori è in piena festa e si vede.

Da una parte si osservano display di maschi forzuti, dall’altra si vede la gioia della comunità. Si avverte la potenza del rito che tiene uniti i gruppi sociali, al di là di quello che poi ogni individuo è nella vita normale. Oggi è così. Si sta insieme in questo modo.
Alla prima sosta ci danno dell’alcol, frutta, noccioline, onigiri. C’è chi fuma da una parte, chi fa selfie, foto davanti al carro, incontri e risate. Sembra che il rito abbia rotto le distanze e gli schemi che finora avevo visto a Tokyo.

Quando si riparte c’è ancora più energia e provo a trasportare. Mi metto dietro a uno più alto così da non gravare troppo sulla spalla. Quando quello d’avanti molla, è lì che fa male. Ma se guardo il cielo e grido "Is-sah!" va meglio, anzi mi piace proprio. Per un attimo sono una di loro. Anche se io con loro mi sento di non incastrarci proprio nulla. Sono in Giappone anche per questo: per trovare quello che non sono. Testa su, avanti a saltelli, la vicinanza del sensei mi conforta.
Cambio spalla e piano piano si sciolgono i muscoli e le inibizioni, la paura di fare la cosa sbagliata va via, come va giù la birra che gira alle soste. La spalla duole, il collo tira. C’è dell’eccitazione, talmente tanta che al momento del carro grande scoppiano due risse. Vedo la testa di uno in una fioriera, così acchiappo LaBi e le dico che se è come in Italia la rissa si sparge a macchia d’olio. Invece siamo in Giappone e i due capi rissa vengono presto isolati. Dice che è tutta colpa della eccitazione/competizione per chi vuole stare avanti a portare il carro. 

Siamo tornati al tempio, ma il carro non si ferma. Ricomincia e tocca a noi sole donne adesso. Saltello con loro e cambio ancora spalla. Alcuni maschi vengono ad aiutarci, chi sta fuori fa come l’allenatore di Rocky Balboa.
Ancora pausa e ancora birra. Spiedini, patatine di riso, frutta e fagioli verdi salati (buonissimi). Ho capito, qui finisce che domani il quartiere ha mal di testa. Is-sah e Do-rè sono essenziali adesso che si è più stanchi.
Incrociamo altri gruppi, con rispetto, uno va a destra e l’altro a sinistra. I carri sono simili “ma noi siamo più fighi” penso. Mi sto esaltando. Il capo tempio con il megafono decide che è finita. Si mette davanti alla porta principale e batte i legnetti. Il carro si ferma. Sono passate 8 ore. Chi sta sotto è esausto, ma contento. I maschioni in mutande avrebbero continuato. E’ buio. Dentro al tempio, il discorso finale del “vescovo”.
Fuori, si restituiscono le giacche e le cinture. La gente si saluta e si dà appuntamento al prossimo matsuri.

Adesso tutti a mangiare. Sakamoto-san ha già apparecchiato e Youkio-san è ai fornelli.
Bello.
E' stato proprio un giorno di matsuri.

Grazie sensei.


qui, le foto dell'evento

foto di Emi Takahashi

lunedì 5 settembre 2016

A tutto EST – Tokyo


A EST, NON E' OVEST

Tokyo, 2016


Shinjuku, Tokyo

Soba Restaurant, Shinjuku - Tokyo
Rientro dal lavoro, Shinjuku - Tokyo
Gesso-ji Temple, Musashino - Tokyo
12 ore per arrivarci + 7 di fuso. E’ questa la prima cosa che ti fa percepire che non sei più dov’eri.

Poi, certo, anche gli occhi a mandorla, il kimono e lo yukata e le file perfette per la metro alla cassa al supermercato, al distributore di bibite, al negozio della apple di sabato mattina in attesa che apra, al pesce al Matsuri di Edisu la domenica. Certo, non sei più dov'eri anche per il tempio shintoista e quello buddista, dove puoi anche trovare un dojo di aikido, e poi quel grazie ripetuto senza un bisogno apparente e l’inchino ad ogni sguardo incrociato o soltanto perché esisti. Ma anche più semplicemente, una lingua diversa che ti arriva da sopra e da sotto attraverso le insegne mega-e-manga e scende fino al cervello lasciandoti così davvero...senza parole soprattutto se in quell'est ci sei arrivato impreparato. Tutto è piccolo e si mangia seduti per terra. Niente scarpe in casa e niente macchine parcheggiate. Il clacson, questo sconosciuto.

All’inizio ti senti a Est perché non sei a Ovest e cerchi le differenze.

sabato 20 agosto 2016

per chi sta dietro, 3 anni dopo più 3

Enez Vaz: "Se non ti diverti a urlare, su una moto in corsa non fai grandi conversazioni. Invece passi il tempo a percepire le cose e a meditarci sopra. Su quello che vedi, su quello che senti, sull'umore del tempo e i ricordi, sulla macchina che cavalchi e la campagna che ti circonda, pensando a tuo piacimento, senza nulla che t'incalzi, senza l'impressione di perdere tempo".
Tsaramaso: chi l'ha scritto?
Enez Vaz: "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta", Lara me lo ha mandato in pdf pensando che non lo avessi letto!
Tsaramaso: Io non l'ho mai letto, comunque è proprio quello che succede a chi sta dietro, non so tu. Ci sono dei momenti in cui ti senti (persino) frustrato dal fatto di non poter parlare alla persona a cui stai dietro. Ti chiedi perché stai dietro? Qual è la tua funzione? Poi ti accorgi che è inevitabile percepire le cose, senti ogni dettaglio...è incredibile la quantità di cose che ti sbattono addosso a 100 km orari, rispetto al rimbalzare del quotidiano passeggiare in città nella frenesia che ci avvolge. "...senza nulla che t'incalzi" no, non ho praticamente mai raggiunto questo stato di ZEN in tutto il viaggio, tutto mi ha incalzato. Incalzava quello che c'era e a tratti quello che avevo lasciato a casa, almeno all'inizio intendo. Questa è stata la vera fatica di questo viaggio, quella dell'inizio. Ed è per questo che i primi giorni "sedavo" con la musica...

E' una delle tante bozze di questo blog. Sta lì precisamente dal 2013, di ritorno dal secondo lungo viaggio in moto lungo le coste ovest e est dell'Italia. 
Il primo post fu nel 2010 e il blog su cui era pubblicato non esiste più, credo e si trova su un su un blog ormai in disuso ma ancora in rete.
Il post si chiama "per chi sta dietro" appunto.

Così la Bretagna diventa la parte 3 di questo stare dietro.
Ed è ancora bellissimo stare dietro, scendere per primi e salire per ultimi, ad ogni sosta.
Parlare attraverso un linguaggio muto perfezionatosi via via.
Salutare gli altri motociclisti con una semplice alzata di dito, massimo due. A volte anche al di là dello spartitraffico, e pensi che magari sotto a quel casco c'è uno stronzo, ma è il culo sulla sella che conta.
Sentire gli odori e leggere le scritte. Distrarsi con attenzione.
Scoprire delle cose e tenersele per sé. Poi le racconterai.
Temere la nuvola e capire che chi guida la vuole sfidare. Allora affidarsi e sperare.
Sì, la storia dello zen è vera in fondo.
Così come la musica alle orecchie, indispensabile per lasciarsi dietro i pensieri incalzanti del pre-partenza e per mantenere quella sensazione di tempo che non stai perdendo, anzi, che ti godi hic et nunc dal Sud a Nord tra isole e lingue di terra o semplice asfalto di autostrada.
Popolo di passeggeri, beati noi!



FOTO IN MOTO


Per chi sta dietro, 2016






mercoledì 10 agosto 2016

In Bretagna: Giappone e Madagascar


La Gacilly: 10/08/2016




La Gacilly, 2016



Takeyoshi Tanuma - LA MUTATION D'UN EMPIRE
Pascal Maitre - MADAGASCAR: l’île où le baobab est roi

Quelle cose decise all'ultimo che fanno star bene
A prendre note, absolument.

Incontri con Bretoni straordinari: Yvon Le Corre


Plerin: 6-10/08/2016


DIARIO DI BORDO di Yvon le Corre

Chateau de la Roche Jagu, 2016




A approfondir, absolument.