A tutto Est: in Giappone

giovedì 25 aprile 2013

25 aprile 2013

Maratona dei popoli
ingredienti:
popolo
banda
taralli
frise
pomodori
volontà
bella ciao
 
 

martedì 23 aprile 2013

prove di luce

quando decide che non deve entrare:







quando decide che deve entrare:






a Marrakech 
con la yashica electro 35GT

lunedì 15 aprile 2013

cronache dal MEN: i miei appunti









Dal mio taccuino, prima-durante-dopo:


http://annibarsoum.wordpress.com/2013/02/01/festival-of-film/
Behind me olive trees di Pascale Abou Jamra (Libano, 2012). 
Tornati al loro villaggio di origine nel sud del Libano dopo dieci anni trascorsi in Israele, Maryam e il fratello si ritrovano circondati da ostilità e sospetti, per il fatto di essere figli di un agente del “Lahd”, che aveva collaborato con l’esercito israeliano prima della liberazione del Libano nel 2000.
Borderline people, lo riassumo così, chi sta al confine a volte ci resta: né di qua né di là.








Tale of two Syria di Yasmin Fedda (Siria, Uk, 2012)
Girato prima dello scoppio della rivoluzione, il film offre uno spaccato della vita quotidiana in Siria di due uomini: un fashion designer iracheno alla ricerca di una sistemazione nella capitale Damasco, Salim e Botrous, un monaco appassionato di calcio che vive in uno sperduto monastero a Mar Musa.
E' l'ironia del popolo arabo che mi fa impazzire. Il designer, Salim, fa anche il sarto e ha un "amichetto" che presto andrà negli States. Salim per l'occasione gli cuce una camicia, ma l'amichetto quando la prova gli dice che lo scollo è troppo largo che il resto è troppo stretto, insomma che "fascia" troppo che...ma Salim insiste col dire che invece l'effetto finale è bello, che sta bene, che la camicia disegna perfettamente la silhouette del suo corpo che..."questa si chiama panza" lo interrompe l'amichetto. Pochi hanno riso, i molto, perché Lara si sarebbe espressa allo stesso modo...

Nessa di Loghman Khaledi (Iran, 2012).
Come tante giovani donne di tutto il mondo, Nessa sogna di diventare un’attrice famosa. Dopo diversi anni di gavetta, si conquista un ruolo da protagonista. Tuttavia, nella piccola e conservatrice Kermanshah, città del Kurdistan iraniano, la scelta di Nessa diventa fonte di vergogna per la sua famiglia.
Le scritte sui muri per "dirsi" qualcosa, ovunque nel mondo
La voglia di migrare pure.
Qui Loghman risponde ad alcune domande.


Al Intithar (waiting) di Mario RIzzi (Italia, 2013)
La vita di alcune donne siriane a Camp Zaatari, il campo profughi siriano nel deserto giordano. Oggi i rifugiati sono già 45.000.
Vale lo stesso la parola "attesa" quando non sai cosa tu stia attendendo?

 









Just play di Dimitri Chimenti (Italia, Francia, Palestina, 2012)
C’è un’associazione culturale che da 10 anni porta le sue scuole di musica in un territorio che dai campi rifugiati del Libano arriva sino alla Striscia di Gaza. Il suo nome è Al Kamandjâti, vi lavorano insegnanti di tutto il mondo e raggiunge migliaia di bambini. Per Al Kamandjâti, l’educazione musicale non è solo il miglior mezzo per proteggere la vita, ma anche il più efficace tra gli strumenti di resistenza.

Che senso ha suonare Bizet tra le sbarre di un check point? Qual è la posta in gioco?
...quello è il checkpoint di Qalandya che separa Ramallah da Gerusalemme.
...quei cancelli rotanti, il capo li chiama gli spenna-polli.
...lo sento il capo dei capi che riesce a farmi ridere anche quando mi racconta dello spenna-polli. Ma se rido, questi in platea che pensano? Che dicono?
...la Prof di musica nel film dice che lei non è disposta a perdonare, troppo presto, per questa vita non pensa di farcela. Lo faranno le prossime generazioni cui lei ha insegnato ad amare attraverso la musica.



Facing mirrors di Negar Azarbayjani (Iran, Germania, 2012) 
E' lamicizia di due donne agli antipodi attraverso un viaggio in taxi. Rana, una giovane madre costretta dal bisogno a guidare il taxi del marito in carcere, e Adineh, transessuale in fuga dalla sua ricca famiglia, è destinata ad un matrimonio di convenienza imposto per nascondere lo scandalo della sua esistenza.
la produttrice, le attrici e la regista presenti in sala - Lumix FZ28

Il film ha preso il premio del pubblico...e la seconda da sinistra è lei:
progetto "listen" di Newsha Tavakolian













Casablanca mon amour di John Slattery (USA, Marocco, 2012)
Un road movie che indaga la lunga relazione tra lo star system di Hollywood e l’immagine del mondo arabo. Il film mette in discussione la visione patinata ed esotica del Marocco, ricostruita attraverso gli sfondi di alcune delle più famose pellicole del cinema americano, da Guerre Stellari al Gladiatore. Armati di videocamera, due ragazzi marocchini raccolgono interviste, raccontano le loro impressioni, e ci restituiscono l’immagine di un Marocco fuori dai luoghi comuni.
Mmha, il regista ce l'aveva l'idea, ma renderla non gli è riuscito poi così bene.


The cutoff man di Idan Hubel (Israele, 2012)
Spinto dalle difficoltà e dalla paura di restare disoccupato, Gabi accetta l’ingrato lavoro di tagliare l’acqua a chi non paga la bolletta. Ogni giorno, seguendo le segnalazioni del municipio, si presenta a casa di qualcuno e per una cifra miserabile porta via il rubinetto. Gabi è temuto, sbeffeggiato e odiato..
A metà film mia sorella mi guarda malissimo (io sono al quinto film della giornata, lei al primo) "Mamma mia che pesantezza...l'idea è bella però che sonno, ma il prossimo è quello dell'olivo, vero?"
"Sì, vedrai che con quello ci ripigliamo"
"Tu comunque sei pazza che sei qui da stamattina, l'ho già detto a mamma" 

Zaytoun di Eran Riklis (Israele, Uk, Francia, 2012)
L’ultimo film dell’acclamato regista del Giardino di Limoni, l’israeliano Eran Riklis, che ha come co-protagonista la star di Hollywood Stephen Dorff. Durante la guerra in Libano del 1982, un aereo israeliano viene abbattuto e il suo pilota, Yoni, catturato. Un ragazzino palestinese, Fahed, cerca di aiutarlo a fuggire, sperando che lo riporti nel villaggio palestinese da cui proviene. Per i due nemici inizia una fuga piena di pericoli e insidie, attraverso un Libano sconvolto dai combattimenti, ma che li portera’ a stringere un legame umano profondo, il cui simbolo e’ l’alberello di olivo (zaytoun) che il ragazzino porta con sé.
Dorff è proprio bello, il film è proprio americano, ma si guarda con lacrimuccia.

Parviz di Majid Barzegar (Iran, 2012)
Parviz ha 50 anni e vive ancora con il padre. Quando quest’ultimo decide di risposarsi, è costretto a lasciare la sua casa e si ritrova a vivere un’esistenza solitaria, tra mille difficoltà’, lontana dal suo quartiere e dai legami umani che ha costruito in una vita. Alla fine (?) troverà la sua via per riscattare tutte le ingiustizie subite.

Tutto il film è segnato e sta nel respiro faticoso di Parviz, nell'aria che gli manca. Arriva come un film sulla colpa che la società ti attribuisce quando nella vita non scegli. E se Parviz non potesse scegliere? Sarebbe una colpa lo stesso?

The boxing girls di Ariel Nasr (Canada, Afghanistan, 2012)
In una palestra dello stadio di Kabul, dove non molto tempo fa i talebani lapidavano le donne, un gruppo di ragazze insegue il sogno di dare all’Afghanistan la prima medaglia olimpica nel pugilato femminile
Al festival hanno sottolineato più e più volte il fatto che, dei Paesi in questione, hanno voluto mostrare piuttosto la vita quotidiana. Da questo punto di vista the boxing-girls è perfetto.


Insomma, non vedo l'ora che arrivi quello dell'anno prossimo. Ormai la strada la so, ho le coordinate GPS dello Stensen e dell'Odeon nel DNA. Quando entri nei cinema del festival ti sorridono tutti, sono volontari che vengono da tutta Italia per fare esperienza, perché appassionati di medio oriente, per guardare i film gratis, per fare gli aperitivi (come ha detto una ragazza di Padova) e per vedere Firenze. Già...Firenze, è sempre così piena di gente che non ci fai neanche caso a tutti quelli che “scansi” per arrivare in tempo, lo fai e basta e le vetrine per le top model anoressiche, quelle pure, sono colori e luci che ti indicano che alla prima a destra c’è l’odeon.








giovedì 11 aprile 2013

domenica 7 aprile 2013

cronache dal MEN: prima di tutto bisogna arrivarci













06/04/2013

Mi perdo.
In generale mi perdo, non ci sono cazzi.
Scusate il termine, ma non c'è altro modo.
Se poi devo arrivare in orario in un posto di una città che conosco poco, mi perdo ancora di più. Cioè, se sono sulla strada giusta, la cambio.
Solo che stavolta sono preparatissima, ho studiato tutto, treni autobus e piedi, in caso c'è mia sorella che abita lì e può farmi da navigatore. Alle 9.30 c'è la registrazione al greenhouse documentary workshop.
Scopro che arrivare all'auditorium Stensen di Firenze dalla stazione SMN è una cavolata.
Prendi l'1 e scendi in piazza della libertà, poi in 3 minuti ci sei.
Se poi, prima di salire sull'autobus chiedi all'autista "Ma questo va in piazza della Libertà?" e poi dopo un minuto "Ma se devo andare in via Don Minzoni, la fermata piazza della libertà va bene?" e aguzzi le orecchie e senti che c'è una ragazza che chiede di via don Minzoni allora è fatta! La seguirai!
Solo che lei ha le cuffie, come tutti ormai nei tempi apparentemente morti trascorsi sui mezzi pubblici. A me piace guardarli, loro hanno le cuffie io guardo loro. 
Faccio in modo che la ragazza mi noti, le dico "Questa è la fermata piazza della libertà" lei mi sorride, si toglie le cuffie e mi dice "Eh?". Glielo ripeto e lei mi dice allegra "Allora scendo anche io! Ma tu sai dov'è via don Minzoni?"
L'autista ha capito con chi ha a che fare, ci fa un colpo di clacson e ci indica un viale ENORME impossibile da NON notare.
"Ho grandi aspettative per questo MEN festival" - dico io
"Cos'è?" - dice lei
"il posto in cui stiamo andando" - dico io
"...io mi fermo al n.15 ho un groupon da 19 euro e mi faccio taglio colore e piega, speriamo bene. Comunque mi chiamo Genziana"
"Ciao Genziana, mi raccomando, digli che ritornerai..."

Sono talmente in tempo che vedo la saracinesca dello Stensen alzarsi...




mercoledì 3 aprile 2013

camera aperta: herat



notizie dall'Afghansitan parte 4

Herat, 2 Aprile 2013


Dopo aver trascorso un'ora e mezzo su un velivolo per solo otto passeggeri, dovendo repentinamente perder quota per distanziare un aereo militare, atterro ad Herat sana e salva e ad accogliermi c'è l'aeroporto costruito dal PRT italiano (Team di Ricostruzione Provinciale) in memoria del Capitano Renzani. 
L'aria è tiepida e la primavera riflette sui tanti pini e alberi che corrono lungo le strade. Le donne si coprono con veli scuri che le arrivano fino alle caviglie, lasciando scoperto solo il viso. Si sente l'influenza della vicina Iran e del deserto del Turkmenistan, anche il paesaggio ricorda la vicinanza di questo paese, con i colli brulli e le case pastorali di paglia e fango. Le motociclette sfrecciano sorpassando tuk tuk coloratissimi appesantiti da un carico troppo pesante. Gli uomini sembrano meno curati, più rugosi, i turbanti più avvolti.
Herat, come molte alte provincie, è stata abusata dai Russi prima e dal regime Talebano poi, dopo la caduta del muro di Berlino. Dal 2005, la provincia di Herat e la città stessa sono sotto il controllo ISAF guidato dagli Italiani.
Non so perché, ma questo fatto mi desta una sensazione strana.
Herat, almeno in apparenza è una cittadina tranquilla, dove i vecchi siedono fuori dalle botteghe, i bambini mangiano il gelato e le signore fanno la spesa. La pasticceria sembra essere una delle più buone del paese.
Ecco, questa descrizione potrebbe ritrarre una delle tante cittadine italiane.

Nella mia agenda ho la visita del centro di correzione minorile, anche questo costruito dai nostri compatriotti. Con un po’ più di critica, varco la soglia dello stabilimento.
Il centro è diviso tra gli "aperti" e i "chiusi". Il settore aperto è vuoto mentre un fracasso giunge dal chiuso. I ragazzi si affacciano da una finestrella piccolissima e vedo i loro occhi curiosi alternarsi per vedere l'ispettore in arrivo: Io.
Non mi piace questo ruolo e vorrei fargli capire che sono dalla loro parte ma non mi è consentito un granché vedere, riesco solo a cogliere un lungo corridoio con un tappeto rosso e un'indicazione con scritto moschea.
116 ragazzi rinchiusi in un corridoio, fatto da 10 stanze.
30 femmine, ragazze madri comprese nell'altra ala dello stabilimento.
I maschi sono dentro per furto, ma spesso perché nell'attesa di essere processati non si sa dove metterli. I fenomeni di bullismo sono all'ordine del giorno, come del resto lo è il mangiare andato a male servito dalla mensa.
Le ragazze sono tutte messe dentro o per adulterio o per "crimine morale" ovvero scappare da casa o fuggire da un matrimonio forzato.
Dopo aver supervisionato emerge il mio lato intransigente, fermo e risoluto, un atteggiamento che riesco ad avere solo di fronte all'abuso verso il debole, verso chi non ha i mezzi di proteggersi.
Chiedo del recente omicidio avvenuto qualche settimana fa: una guardia è stata uccisa con un colpo alla testa, mentre quattro ragazzi cercavano di fuggire.
I quattro sono adesso rinchiusi in una cella a parte e mentre il coordinatore del Programma mi racconta la storia, con il dito indice fa cenno alla tempia come a indicare " quei ragazzi sono pazzi...".
Perché l'aggressività o la ribellione devono essere sempre sinonimo di pazzia?
Colgo un'ignoranza non dettata dal contesto culturale locale, ma globale, comune a tutti quei sistemi che ancora vertono su concetti retributivi anziché riparativi.
Quando si capirà che il reato è frutto di una disfunzione collettiva e sociale? Quando mai si comincerà a coinvolgere vittima, agente e comunità nel trovare la soluzione e comprensione di ciò che ha scaturito l'offesa? Poche ore dopo, intervisto dei ragazzi che hanno scontato la "pena" e sono adesso tornati a casa. La buona notizia è che riesco a ottenere la loro fiducia, dopo che loro fanno a me l'interrogatorio, cosa giusta e buona.

Un ometto di appena 12 anni sorride e fa un disegno che riassume ciò che questo programma è riuscito a fare:

Un giorno io e mio fratello camminavamo per il parco, c'era una folla radunata attorno ad un bambino che era stato picchiato, noi per curiosità ci siamo avvicinati, nella confusione è arrivato il poliziotto e il padre del bambino non sapeva chi era stato e ha incolpato me e mio fratello. Alla stazione mi hanno picchiato. Prima della prigione ero felice, dentro non lo ero, adesso sto un po’ meglio e mi sono ricresciuti i capelli che mi avevano rasato via
Zeudi