A tutto Est: in Giappone

martedì 29 ottobre 2013

camera aperta: gnocchi in Kurdistan!



notizie dal Kurdistan iracheno



Allora, sorprese in camera aperta: Zeudi è nel Kurdistan iracheno.
No, non è con Arrogance. Quei due manco si conoscono. Magari! Così almeno Zeudi ci darebbe qualche notizia, che sto Arrogance sembra averci abbandonato.
Insomma, Zeudi è a Dohok, nel nord dell'Iraq, lavora al campo profughi e ci starà fino a dicembre.
Zeudi un po’ la conosco e dopo l’Afghanistan ora le ci voleva proprio un’altra missione "in emergenza" tra bambini, donne e rifugiati in un posto in cui c’è poco e male. 
Zeudi è questa e noi ce la leggiamo:

 
Dohok, Iraq del nord, 18 ottobre 2013
sulla strada per Dohok

...Quanto alla cittadina è strana, una Reggio Calabria in una valle, palazzi in costruzione lasciati a metà, strade che si incrociano perpendicolarmente, nemmeno una rotonda, tanti kebabbari, nemmeno un bancomat, unica valuta: il dollaro.
Al piano di sotto c'è l'ufficio, al piano di sopra ci siamo io e i colleghi. Lavoriamo tra le 12 e le 14 ore al giorno e c'è chi ha trovato i propri modi per non stressarsi:
la salvadoriana ha comprato la cyclette e va dalla coiffeuse, l'indonesiano prima di andare a dormire chiama i suoi 5 figli e cerca di organizzare un matrimonio a distanza,
l'omosessuale guarda le serie tv tipo glee e i musical,
l'inglese beve e fuma. 
Io ho smesso sia di bere sia di fumare. Pulisco e leggo e mi unisco un po' di qui e un po' di là.
Comunque a me piace stare con i rifugiati e nel campo, mi piacciono pure le piadine che fanno, mi metto lì dal kebabbaro con la mia interprete e mangiamo mentre io chiedo, a destra e manca, come sia possibile che ci siano barbieri, alimentari, ferramenta all'interno del campo.
Questi si sono organizzati ben bene e come dice il mio collega indonesiano “ quanto si lamentano! Non gli va bene niente, vedessero il Sudan!” 

E oggi che farai?
Oggi è festa e faccio gli gnocchi

gnocchi al campo

sabato 12 ottobre 2013

A. incontra il fotografo

E’ in arrivo da Milano un fotografo che dovrà fare un servizio sugli albanesi. E’ il 1991 e siamo a Brindisi. A. è convocato dal redattore del giornale col compito di assistere il fotografo per tutta la durata della missione. A. non dice di no, ovviamente è lavoro e poi è un fotografo anche lui, qualcosa imparerà. Erano i tempi dell’analogico, quelli del 1991. Il fotografo di Milano si presenta con una nikon f401 e un 35mm, A. invece acchiappa la sua nikon f3 con un 20mm e un 35-70 mm e vanno. Vanno tra gli albanesi, quelli sbarcati e quelli rimandati, quelli della stazione di Restinco e quelli ancora sulle navi, quelle navi piene zeppe di persone, di corpi e di escrementi. A. entra ed esce dalle navi col fotografo, lo guarda scattare e pensa che saranno foto bellissime. A. osserva gli albanesi e osserva il fotografo, lo vede muoversi, parlare, lo vede infilarsi in quelle vite, lo fa con discrezione, rispetto e umiltà. A. ne è ammirato e non sente manco più la puzza di escrementi, sente solo la stanchezza di quel vedere. A. non capisce perché debba passare tutto sto' tempo col fotografo, portarlo in albergo, a mangiare e poi di nuovo in albergo tutti i giorni di quei giorni. Il suo capo gli dice di non preoccuparsi: è il suo lavoro in quei giorni e A. ubbidisce. Così A. diventa amico del fotografo a furia di entrare e uscire dalle vite e dalle navi, stazioni, scuole e pestare escrementi, fotografare quell’attesa dell'Uomo (ma di partire o di restare?) vedere occhi tremanti, sguardi vividi che ti penetrano e bambini che in fondo la trovano sempre una buona ragione per sorridere (porca miseria se fa male il sorriso di chi sta male!) e poi i cancelli, i vestiti enormi e le coperte donate. Insomma dopo tutto questo, sono amici adesso A. e il fotografo, che poi un giorno lui se ne tornerà a Milano e lascerà A. nella sua Brindisi e le navi nel porto. Così quel giorno arriva, il fotografo ha finito, parte e gli lascia il biglietto da visita “nel caso in cui, passando da Milano, tu avessi bisogno…”. Il fotografo è Ferdinando Scianna e A. non lo sapeva.


Il racconto di A. mi ha fatto ricordare degli anni in cui anche mio padre si serviva di A. quando schedava gli albanesi a Restinco e di quando li vedevamo arrivare al piano di sotto del mio liceo. I Professori ci spiegavano che sarebbero stati lì temporaneamente, per poi essere mandati nelle altre città italiane, dove si sarebbero inseriti e avrebbero trovato lavoro, che erano cittadini come noi, che dovevamo accoglierli e che i figli sarebbero saliti al piano di sopra a studiare come noi e con noi. Giorgia, infatti, arrivò nella sezione B due anni dopo. Portavamo loro le mele durante l’ora di educazione fisica, quando andavamo giù in cortile e loro ci guardavano dalle finestre. Un giorno li beccammo a cucinare e gli spiegammo che la pasta si buttava quando l’acqua bolliva, non quando era ancora fredda, tanto l’italiano lo avevano imparato dalla TV a Valona.
Chissà cosa realmente vedessero i miei occhi, ma non ricordo di aver mai provato fastidio, né pietà per quella gente in attesa al piano di sotto.

Questo post è pronto da una ventina di giorni ormai, aspettavo la licenza della magnum per aver scaricato la foto che trovate qui sotto, così da essere in regola con i diritti di proprietà. Però a Lampedusa la gente continua a morire e non posso più aspettare. C'è quella cosa che gli scrittori chiamano urgenza, a me semplicemente "m'hannu pruduti li mani" come dicono i mesagnesi. Chiedo scusa alla magnum per questa fretta.



E adesso silenzio e scorriamo le foto di Ferdinando Scianna e anche un po’ di A.
ITALY. Brindisi. Exodus of Albanians. Ferdinando Scianna (© Ferdinando Scianna/Magnum Photos)

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© Ferdinando Scianna/Magnum Photos

...e se volete concedervi ancora qualche minuto, qui Erri de Luca raccontò nel 2009 l'immigrazione dal cimitero di Lampedusa


PS
A. è Alfredo Perchinenna, il fotografo ufficiale del matrimonio di SandS, ma questa sarà un'altra storia...