A tutto Est: in Giappone

domenica 19 ottobre 2014

"Io sto con la sposa": questione di liberà

E’ un corteo nuziale improvvisato che ha portato un gruppo di clandestini siriani e palestinesi dall’Italia alla Svezia, attraverso vie alternative a quelle del contrabbando per raggiungere la pace.
Laddove la legge contribuisce a negare la libertà, l’Uomo rischia per conquistarla.
Questo fanno i 5 protagonisti già in fuga dal diritto alla libertà tradito: la guerra in Siria e l'occupazione in Palestina.
E’ un film? Un documentario? Un che?
E' una storia documentata di un viaggio di matrimonio.
Non fa una piega questa storia, né si piega a pietismi: ci sono tutte le età, le donne e gli uomini, 3 macchine, 4 giorni e 3.000 km, i telefonini per il via libera ai confini, i vestiti da matrimonio, ci sono gli amici che aiutano nelle zone di passaggio, ci sono le lacrime dell'uomo e il sonno della donna (anziani entrambi e assolutamente palestinesi) e ci sono i racconti in arabo e quell'intercalare yani che ti fa capire che è proprio quell'arabo lì. C’è la musica dal vivo e col telefono; ci sono sempre la musica, il canto, la poesia dette per farsi forza e accompagnarsi in macchina dove si sta stretti per paura e per necessità. C'è la festa, la stanchezza, la paura (forte fortissima), e poi finalmente c’è l’Italia con quel poco di coraggio e solidarietà che le sono rimaste. Infine c’è Tariq, di cui svelo nome ed energia con il video qui sotto.

Tariq fa il rap ed è già shabaab dentro e, come direbbero oggi i ragazzi italiani “Tariq spacca!!!”.



Io sto con la sposa
2014
Soggetto, sceneggiatura e regia
Antonio Augugliaro
Gabriele Del Grande
Khaled Soliman Al Nassiry

Prodotto da
Gina Films

Finanziato da 2617 produttori dal basso

venerdì 12 settembre 2014

12 Agosto - 12 Settembre 2014: un mese da masculazzo!


Polaroid Land 210 - Fuji FP100c


Il 12 Agosto ero a Mljet, in Croazia e il quinto masculazzo nasceva.
Mljet a Leo piacerà quando ci andremo.


QUI ci sono tutti li masculazzi che ho fotografato dentro le fimminazze.

E qui sotto, il nostro Mino de Santis, che a quanto pare c'ha visto bene...

Lu masculazzu by Mino de Santis on Grooveshark



mercoledì 30 luglio 2014

18/6 - 05/7 2014: appunti dalla Palestina - 03


Gerusalemme, 4 luglio 2014

Il mio stomaco sta bruciando, si sta espandendo, sento rimbombare l’aria, il respiro. Oggi li ho visti e sentiti. In terrazza con voi e la giornalista e sua figlia. Noi intorno ad un tavolo con la cena preparata da Fef'. Io avevo già mangiato, era il giorno del semi-colloquio di lavoro. Voi mangiavate e cercavo di avere fame per impegnare il corpo, visto che la testa aveva le biglie dentro. Però fame no, neanche un po’. 

Avevo mangiato con Ad per quella chiacchierata a cercare di capire se qui me ne posso venire a vivere per un po’ e starci.
Appuntamento alle 19:00 a porta Damasco, mi lasciate vicino il Jerusalem Hotel, è presto c’è un po' di tempo prima dell’iftar e finalmente io ci sono qui a quest’ora; che in questi giorni dicevano di evitare di venirci. Il cannone non ha ancora sparato, ma il sole sta andando giù e fuori è tutto arancione. Le mura di porta Damasco sono di quella pietra che sicuramente un salentino direbbe “ma è come a Lecce!” Nella piazza davanti alla porta c’è una scalinata e i banchini si preparano. Tra poco chi potrà mangiare lo farà e lo farà in strada, all’aperto, nonostante tutto. Io mi stupisco perché immaginavo che si facessero delle gran tavolate in casa.

“Macché, si sono viziati questi. Però, i dolci con il formaggio dentro sono buonissimi, possibile che non li conosci?” 
“No, mai provati!”

Sono quasi le 19:00 e io faccio qualche scatto in bianco e nero con la contaflex. Non ce la faccio, le cose che accadono sono troppe in questi minuti e non faccio che girare la testa ovunque.
Entrano le persone in città vecchia, attraversano la porta di Damasco.
Escono le persone dalla città vecchia, attraversano la porta di Damasco.
Arrivano i militari israeliani verso la città vecchia, si allineano davanti alla porta di Damasco.
Io resto sulla scalinata e respiro i profumi della carne arrostita e del pane caldo, poi le bancarelle con le mutande da uomo e i fiori finti, mentre mi sento in mezzo: tra l’inizio della festa e l’inizio della guerra. 

Sono le 19:00 e acchiappo il telefono, chi dovevo incontrare mi chiede se ho una maglia rossa e allora abbasso la testa e lui è lì. Piacere, piacere e passiamo attraverso la porta di Damasco, mi ritrovo a camminare velocemente per la città vecchia, ci dirigiamo in 4 spediti verso chissà dove. D’un tratto siamo in 4 e io non me ne sono accorta. Una Lei molto bella ci porta dritti nel quartiere armeno, un Lui molto buffo ci dice che è colombiano, cresciuto in Francia e col nome russo. La signora del negozietto ci dà delle birre, così tutti comprano la Taybeh e io prendo la Mythos. Ho conosciuto il Sig Taybeh e non mi è piaciuto proprio, invece la greca Mythos ormai rappresenta il sapore di questa Gerusalemme 2014. Poi ognuno prende noccioline, pistacchi, patatine e di nuovo destra, sinistra, dritto, vicoletto, siamo dentro dove tutto sta chiudendo e si scivola coi sandali sulle chianche bagnate; rifiuti ovunque e odori di carne, piscio, acque, spezie, sudori. Fuori! Fuori dalla città vecchia all’iftar, fuori a mangiare, bere, sparare, lanciare le pietre, incontrare e nascondere, poi pregare e a volte anche soltanto stare, come i ragazzi della scalinata che stanno lì e non so che futuro possano avere. Fuori! Di giorno in città vecchia, di sera chissà in quale fuori.
Spediti noi adesso saliamo le scale e saliamo sul tetto di un grande edificio dove il tetto è una vasca per raccogliere l’acqua piovana e, come per le pietre di porta Damasco, un pugliese si sentirebbe su un tetto familiare. Dopo aver sistemato le noccioline, distribuiteci le birre, mi accorgo che davanti a noi c’è il monte degli ulivi e c'è...“Cos’è quella costruzione blu con la cupola dorata?” mi chiede il Lui-buffo. Io credo scherzi, invece no; è giovane ed è in vacanza lì, appena arrivato fa couchsurfing dalla Lei-bella, australiana e cooperante dell’UNRWA. Lui dice rimarrà “in the area” fin quando non gli finiranno i soldi. Da una parte provo piacere, ci sono ancora ventenni che hanno voglia di andare in giro così. Dall’altra temo per lui che se non conosce la cupola d’oro, non sa che la storia gira tutta lì, qui.
Così ora tutti sappiamo di avere il culo su un tetto armeno, poco più in là due bambini ebrei coi riccioli e la kippa stanno giocando e chissà cosa gli hanno detto sulla terra che abitano, e poi di fronte, la grande moschea. Per un attimo tutto si ferma e di nuovo forte emerge la sensazione che qui l'origine c'è stata da qualche parte.

Poi fuori, all'ifatr, oggi, come ieri, come 10, 20, 30, 60 anni fa, si spargono fiumi di ingiustizie e i diritti si vendono ai mercati internazionali.
E sento uno scoppio.




contaflex zeiss ikon - Kodak 400TX

domenica 27 luglio 2014

18/6 - 05/7 2014: appunti dalla Palestina - 02



Gerusalemme, 28-29 giugno 2014

la luna del 12 luglio 2014 dall'Italia - Nikon D70

La strada che da porta Damasco va al monte degli ulivi verso il muro di Abu Dis ha una cosa che è speciale: la città vecchia sulla destra e la luna che ci sta sopra.
In questi giorni di Urano è iniziato il Ramadan. Kav e Fef’ me lo hanno detto loro che esiste una commissione in Arabia Saudita deputata a guardare la luna e a dare il via quando sorge nuova nuova. E mi sono immaginata quest’uomo barbuto scurissimo con la jallabya bianca, in cima a un monte e un mega cannocchiale. E giù la folla ad attendere. Poi me lo sono immaginato che alza il braccio, scoppia il fuoco colorato e poi l’inizio dei lavori…

Dicono che la luna del 12 luglio sarà speciale, ma c'è tempo ancora.

Anche questo Ramadan qui in Palestina è speciale. Purtroppo. 
Si confondono i fuochi d’artificio con le “bombe sonore”.

Io avrei voluto vederlo il primo giorno di Ramadan ad Al Quds di Urano. Invece la combriccola straniera (ma molto locale nel suo intimo) composta da Kav’, Fef’, Moskah e Saret’, ha preferito il mar mediterraneo a nord di Tel Aviv. 
“Tanto ad al Quds poi ci torno e me lo faccio venire a noia il Ramadan” ho pensato. Così ho seguito la combriccola verso il mediterraneo. E’ forte la combriccola. C’è anche Mr. B’ con noi, che spesso annuisce con un “right” inglesissimo mentre fa ciondolare in avanti la testa. Mr. B’ usa le question tags, non le sentivo dal liceo. Ci mette un sacco a fare ogni cosa e mentre la fa usa il tempo per chiedersi se sia il caso o no. Se poi chiede aiuto a Kav’ allora possono passare anche 40 minuti prima di capire come mettere il primo picchetto alla tenda.

A Palmachim (che mi sa di Palm beach), si può fare campeggio libero. 

E questo è un altro motivo dei vari motivi per seguire la combriccola e vedere la luna nuova da lassù: il grado di libertà a Tel Aviv. 

La spiaggia è in un Parco Naturale, paghiamo 30NIS e la tipa all’ingresso sta mangiando una pera; non degna di uno sguardo Moskah che le da’ i soldi. Io temo addirittura che le sputi in faccia i semi della pera. Solo che se lo fa, poi se lo ricorderà per il resto della sua vita.
E’ la fine dello shabbat, le spiagge si liberano di gente e restano grandi isole di plastica, che quasi non ci credi che siano venuti e abbiano detto “Buongiorno questa ora è casa nostra” e poi che non la tengano pulita.

“SEEEEE. Allora non hai capito?"

"No, evidentemente"
I pulitori di spiaggia arrivano con le camionette. Però arrivano di notte, coi fari accesi che ti entrano nella tenda. Svuotano i cestini e lasciano le isole di plastica. Quelle le toglieranno il giorno dopo i pulitori appiedati. 
La prima luna di Ramadan a Tel Aviv era dunque sul mare ed era quella giusta, minuscola, piccolissima e chissà dov’era. Io la immaginavo tra il barbecue di pollo arrostito, le verdure grigliate e la sabbia che ti entra in bocca; per forza, se vuoi sempre parlare o ascoltare a bocca aperta. Se poi ridi, è la fine.

Lei e Lui ad un certo punto si sono avvicinati a chiederci qualcosa. Non erano come quelli di prima che a stento hanno detto “Hi!” e volevano della legna. Questi sono gentili  e parlano arabo. Lei è incinta, Lui è sorridente. Ci chiedono del pane e noi gliene diamo un solo pezzo della nostra bustona piena comprata a Beit Hanina.
Chissà la luna dov’è andata a sorgere, quando finalmente perdo i sensi e mi risveglio a suon di racchettoni.
Sono le 6:15 e lo Stonk Stonk di questi che non hanno di meglio da fare lo affogo nell'acqua. Mi tuffo. L'acqua è bellissima, pulitissima. Riconosco il sapore del mediterraneo. Sento dei rumori fortissimi, sembra un aereo, ma non si vede. Poi un altro, penso che forse sto sognando e di non essere davvero lì dove sono. Mi avvicino a rana verso la riva e sento della musica, metto a fuoco, sotto un ombrellone ci sono altri ragazzi che giocano a racchettoni e un terzo, con un microfono e un amplificatore, sta cantando. Alla mia sinistra, Tel Aviv nella nebbia; alla mia destra, una scogliera che separa questa baia da un'altra. Ancora questi aerei senza che io li veda. Penso che potrebbe essere di tutto, anche un sottomarino. Mi vengono in mente i racconti di ieri al barbecue delle esercitazioni di Moskah con la maschera antigas. Mi rituffo e prendo la via parallela alla costa. Non voglio uscire. Continuo a osservare dal mare cosa succede sulla terraferma. Vedo una grande tenda, sembra di lungo-degenza. Lei è incinta. Sono i ragazzi del pane! Esco e mi fanno ciao con la mano. 
Siamo tutti al bar ad aspettare un caffè. Così i due vuotano il sacco o meglio, raccontano che vivono lì da 5 gg, in spiaggia, sono scappati e scampati alle rispettive famiglie che li hanno ripudiati. Perché Lei ama Lui e Lui ama Lei, solo che Lei aspetta un figlio da Lui, ma ne ha già due da uno che la picchiava. Anche Lui ha due figli ma da una che non picchiava. Adesso stanno lì a Palmachim, in Israele dove paradossalmente è più sicuro che a casa loro. E noi gli abbiamo dato un solo pezzo di pane della nostra bustona piena zeppa.

Quando usciamo dal parco, ancora con la sabbia in bocca, il sole tramonta e la luna sarà un pochino più grande stasera. Io non capisco cosa siano quei camion con il rimorchio alzato dalla parte sbagliata.
Poi incollo il naso al vetro, quando mi dicono che è una contraerea.
Il grado di libertà del campeggio libero a Tel Aviv.

"Arrivati alla contraerea, sempre dritto poi c'è il cartello sulla destra, lo vedi, quella è l'entrata principale al parco. Lì puoi campeggiare liberamente."

Quando rientriamo a Gerusalemme è appena scoppiato il cannone dell'iftar.
Noi, lo faremo a ovest col sushi, tanto la luna a destra sulla città vecchia, non ce la toglie nessuno andando verso Abu Dis.




contaflex ikon zeiss - KODAK 400TX

Al Quds è il nome arabo di Gerusalemme
L'Iftar è il pasto serale consumato per interrompere il digiuno quotidiano durante il Ramadan

martedì 8 luglio 2014

18/6 - 05/7 2014: appunti dalla Palestina

Stavolta c'era vita su Urano. Bè, in effetti quando mai non c’è stata? Ma stavolta di più. Il diario scoppia, la testa pure. Per forza. Sta succedendo quello che per il mondo intero è normale che accada, evidentemente. Talmente normale da sentirsi legittimati a rimanere a guardare. Io ho avuto vergogna per questo mondo che guarda e basta. Se resti, un modo lo trovi, sennò vattene.


Bene, qui è così, sennò vai a lavorare alle Hawaii.

Fai sempre quello che ti dice il palestinese, segui lui, chiedi.

Lo vedi che quando guido metto il braccio fuori e parlo arabo?

L’importante è che non ti scambino per settler.

Su Urano sta per scoppiare la terza intifada.

E gli shabab si sono dati una mossa.
Alhumbdulillah?

Quando scoppia non sempre è il fuoco d’artificio del Ramadan.
Se lo è, lo usa lo shabab ad altezza uomo, perché oltre le pietre, i vetri, il fumo nei cassonetti...

Se i soldati passano da qui tra gli ulivi per prendere di sorpresa gli shabab, casomai offritegli da mangiare.
Meglio i soldati dei settlers, anyway, since they should be more cleaver.


Da una parte gli shabab che vuol dire “ragazzo, capetto”.
Dall’altra, dietro l'angolo, il bambino che vuol dire bambino in tutto il mondo.

nikon D70 f35-70


le altre notizie da URANO


lunedì 23 giugno 2014

maratona: tema 4

31 maggio 2014. Come ogni anno la maratona di Imago: 4 temi ogni 3 ore.
Nel 2012 l’ho fatta a Parigi, nel 2013 mezza a Pisa, mezza a Viareggio.
Quest’anno la faccio qui, a Mesagne e dintorni con la Yashica MAT124G
La maratona fotografica si fa in 12 ore. Qui ho più tempo.
A pensarci su, la parola maratona è perfetta per riassumere questo stare qui.
Maratona, costanza, mantenimento, correre, tempo...
Sì, è lei.

Ore 18:00 - Tema 4: e tu di che selfie sei?
Sento l'eco rimbombare "oh noooo". Perché ormai c'è la guerra ai selfie. Eppure, se selfie significa autoscatto, bè tutti i più grandi fotografi se li sono fatti con le loro Hasselblad, Leica, Graflex, nello specchio, nelle vetrine, nelle pozze d'acqua. Io personalmente me ne sono fatti tantissimi in pellicola, soprattutto mentre facevo il corso online di fotografia della National Geographic e col fisheye scattando anche con i piedi. Che figata. L'ultimo autoscatto prezioso volevo farlo quando A. mi ha prestato la Hasselblad a Natale. Era quasi un dovere dovermi immortalare con lei. Come fosse l'unica volta. Solo che poi con donna Hassel (è proprio femmina la Hasselblad) sono andata in giro per masserie abbandonate e gli oggetti e i dettagli hanno vinto su di me. Una sedia, una panchina, una foglia di fico, un tetto sgarrupato, un muro a secco, una striscia di luce. Tutto tranne me. Ecco di che selfie ero a Natale. Trovo quindi geniale il tema, che arriva mentre sono da Leroy Merlain con mio padre. Trovo che sia proprio un'occasione per dire la propria su questo fenomeno prima sposato, poi abbandonato. Del selfie, oltre al nome, dà fastidio il "qui e ora" (scatto e posto) immagino, ma la maratona per regolamento non può esserlo, quindi bravi, bravissimi.

Il migrante i selfie se li fa in continuazione quando è nella sua terra. Si guarda un casino, si osserva, deduce, si chiede e si risponde all'istante, altro che polaroid!
Alle 13.30 appuntamento da Silvia e Simone per andare a mare, primo bagno, sono in ritardo, mi sono trattenuta a Brindisi un po' di più, ma neanche loro sono pronti. Le previsioni ci direbbero di rimanere a nord di Brindisi, ma a sud Silvia e Simone ci devono andare per forza. Per loro la direzione è Castro. Io li accompagno per un pezzo. Così partiamo, in 3 con due macchine, io rientrerò da sola la sera. Direzione, Santa Caterina, uno dei nostri posti preferiti. Poi la strada è fantastica, Porto Cesareo, Sant’Isidoro, e su verso Santa Caterina; è uno spettacolo. Ma Simone manca il cartello per la litoranea e io, con la musica a tutto volume e la testa in panne,  me ne accorgo troppo tardi. Pace, tanto io me la farò a ritorno da sola e sarà il tramonto. E così è dopo il bagno, 2 birre, il cibo le risate, il temporale e ciao Silvia buon matrimonio, io risalgo. Ci metto un sacchissimo a fare la litoranea; mi fermo e mi godo il giallo oro della strada che da Porto Selvaggio passa da Torre Uluzzo e Torre Inserraglio. Proprio lì dove Silvia spariva mentre noi pulivamo casa, durante le nostre vacanze collettive e la trovavamo a sognare seduta davanti al tramonto. Passato "il fico d’india" e passati i ricordi di quei figaccioni che ci piacevano tutti, quando eravamo poco più che adolescenti, vedo un muro perpendicolare alla linea del mare. Il solito muretto a secco, ok, ma alla sua sinistra ha una sorpresa, l'arcobaleno della pioggia di prima.
Ed ecco il selfie del migrante che spiaccica il suo sguardo su quello spaccato di mondo e pensa “meno male che non ci sto sempre, sennò la sorpresa di questa bellezza non si rinnoverebbe” mentendo spudoratamente.
padella-phone


lunedì 16 giugno 2014

maratona: tema 3

31 maggio 2014. Come ogni anno la maratona di Imago: 4 temi ogni 3 ore.
Nel 2012 l’ho fatta a Parigi, nel 2013 mezza a Pisa, mezza a Viareggio.
Quest’anno la faccio qui, a Mesagne e dintorni con la Yashica MAT124G
La maratona fotografica si fa in 12 ore. Qui ho più tempo.
A pensarci su, la parola maratona è perfetta per riassumere questo stare qui.
Maratona, costanza, mantenimento, correre, tempo...
Sì, è lei.

Ore 15:00 - Tema 3: curve pericolose
AL: “Hai mica una tartaruga?”
Io: “Mmmhmmm no, però magari puoi rubare quella di pelouche di Benedetta”
pausa
AL: “Trovata! Vado al passaggio a livello”
IO: “Ok, io vado a cercare uno scurzone"
AL: “Bellissimo”
Non è facile questo tema, per niente. 

Le strade qui le conosco eppure riesco a perdermi ugualmente; è la testa che mi fa perdere. In campagna in questo periodo  prevalgono il giallo del grano, il blu del cielo e il bianco delle nuvole. Come un disegno nella testa di un bambino alle elementari. Monto sulla nuova meriva classe 2004 dei miei e vado verso la cava, dove c’è l’arco-in-mezzo-al-nulla. Mi ci portò Brà la prima volta, di sera e c’era la luna piena. Ricordo quel silenzio. Lo stesso che c’è adesso, perché è furora e alla furora si sta in casa, chi dorme, chi lava i piatti, chi fa l’amore, al massimo si fugge di nascosto dalla moglie per il bar con gli amici; ma in campagna la sciurnata è finita. A dire il vero un’Ape mi passa accanto, il contadino mi scruta e avanza con il volto verso il vetro anteriore, ci seguiamo con lo sguardo, dal vetro anteriore la sua faccia adesso è piantata sul finestrino di destra; io faccio ciao con la mano; lui abbassa la testa e la cosa è risolta “sono di qui” e lui “bbuenu, ma cc’è ssontu ddì machini fotografichi strani?”
Resto davanti all’arco e penso che neanche stavolta mi ci avvicinerò, anche se tra me e lui ci sono i fiori adesso. L’arco-in-mezzo-al-nulla ha senso da lontano, silenzioso, bollente, con i pali dell’elettricità dietro. L’arco-in-mezzo-al-nulla è in vendita. Azz! Chi lo comprerà, lo butterà giù? Ci costruirà qualcosa intorno, dietro, sopra e sotto? Niente più passaggio della luna nell’arco per noi nottambuli? Ecco la prima curva pericolosa di oggi. Allora mi giro e alle spalle ritrovo quel giallo intenso. La casa-alla-cava è ancora lì per fortuna, i fichi d’india e i cipressi, pfiuuu, non è in vendita la casa, anche se avrebbe più senso. Nella casa-alla-cava, così come nella casa della Nunna Leta e della Vergine, i ragazzi dovevano passare il test del “masculo vero”. Per esserlo, dovevano andarci dentro al buio di notte. Non mi piaceva, forse perché masculazza mi ci sono sempre sentita, ma le femmine lì non erano ammesse, se non per imboscarsi.
La furora è capace di rallentare anche la frenesia del migrante, così lascio il giallo, blu, bianco, arco e ricordi di adolescenza e rientro a casa.

Io: “Allora la tartaruga?”
AL: “E’ stata bravissima, la curva più bella che c’è. E poi cilona era il mio soprannome”
Io: “Anche il mio: io, cilona piccola e mia sorella, cilona grande”

le foto a sin e in basso a dx: Padella-phone
la "tartaruga" in alto a sin è di AL: Canon 400d f15-85




DIZIONARIO
cilona: la tartaruga
furora: il primo pomeriggio (14:00-17:00)
sciurnata: la giornata di lavoro
scurzone: il biacco Hierophis viridiflavus



venerdì 6 giugno 2014

maratona: tema 2

31 maggio 2014. Come ogni anno la maratona di Imago: 4 temi ogni 3 ore.
Nel 2012 l’ho fatta a Parigi, nel 2013 mezza a Pisa, mezza a Viareggio.
Quest’anno la faccio qui, a Mesagne e dintorni con la Yashica MAT124G
La maratona fotografica si fa in 12 ore. Qui ho più tempo.
A pensarci su, la parola maratona è perfetta per riassumere questo stare qui.
Maratona, costanza, mantenimento, correre, tempo...
Sì, è lei.

ore 12:00 - Tema n.2: l’arte messa al muro
Alle 10.00 sono con quelli di Mesagne bene comune, la nuova lista civica locale. Ci portano in giro per il centro storico per assegnare il premio "Attila flagello di Dio" al Comune di Mesagne come denuncia alla mancata tutela e valorizzazione di tesori occultati. Il tesoro più occultato è la chiesa di SS Salvatore. Non si vede perché la chiesa è murata e intonacata in pieno centro storico. E’ davanti all’ex Cassa di Risparmio. E' vicino la porta piccola, dove abitavo e ci sono passata per anni per andare a scuola a piedi e anche in vespa con Lilli. Passando di lì "tagliavo" per andare in villa, dove ci incontravamo e ci mettevo 8 minuti esatti camminando veloce, perché negli anni '90 il centro storico era ancora agitato. Forse è per questo che non mi sono mai accorta di quel muro bianco, piuttosto quella Cassa di Risparmio dismessa, ma quando la aggiustano? Questo me lo chiedo ancora adesso. Dentro quel muro non c’è una casa disabitata, ma una chiesa medioevale con affreschi bizantini, topi e piccioni. Fuori, una finestra murata e una persiana finta, accanto alla quale, un portone chiuso, di quelli ad arco grandi grandi. La bandiera con la faccia di Abatantuono ci sta proprio bene.
Passato vicolo dei Resta, verso la porta nuova c’è via Capodieci, una delle mie preferite, strettissima, bianca ovunque, intonacata tipo Grecia e con le chianche vere a terra. Mi sa che là ci stava Chicchino, il nostro amico scultore, musicista-ad-orecchio, contadino, nonno adottivo di mio fratello, innamorato delle cugine zitelle di mia nonna, che andava in bicicletta fischiando e cantando, sempre allegro, che a stento sapeva scrivere il suo nome, che poi è morto a Como dal figlio. Lontano dalla sua Mesagne, peggio non poteva succedergli. Già, quando parte lo stream of consciuosness parte! In via Capodieci ci sono le case torri con le sottane e le soprane. Franco, la nostra guida, sa tutto. A Chicchino sarebbe piaciuto, anzi sicuramente si conoscevano. Per pensare a lui mi sono persa l’inizio del racconto e ho capito solo che nelle sottane si lavorava e nelle soprane si viveva. AL mi dirà il giorno dopo che nelle sottane si prostituivano. Non fa una piega. Tutto è bianco e tutto è anche scarabocchiato, dentro e fuori colorato di pennarelli, pedate, manifesti staccati male. Chiedo ad And&Rin di mettersi uno difronte all’altra con il cane e di guardarsi intensamente negli occhi. Decido che quello scatto lo ruberò al rullo della maratona, ma l’ovvietà di quella scena m’intriga. Il muro è dietro e il tema viene rappresentato prima ancora della sua uscita, perché sono ancora le 11:00 e il tema uscirà alle 12:00. Alla fine del giro, abbiamo tutti fame è ora di pranzo e scopro che quello di oggi è il terzo degli incontri-denuncia di Mesagne bene comune, chiedo quali siano stati gli altri 2 e mi rispondono “la visita a Muro Tenente e a Muro Maurizio”.
Abbasso lo sguardo e mi beo di questa magia, mi sento ancora nel posto giusto.
padella-phone

martedì 3 giugno 2014

maratona: tema 1

31 maggio 2014. Come ogni anno la maratona di Imago: 4 temi ogni 3 ore.
Nel 2012 l’ho fatta a Parigi, nel 2013 mezza a Pisa, mezza a Viareggio.
Quest’anno la faccio qui, a Mesagne e dintorni con la Yashica MAT124G
La maratona fotografica si fa in 12 ore. Qui ho più tempo.
A pensarci su, la parola maratona è perfetta per riassumere questo stare qui.
Maratona, costanza, mantenimento, correre, tempo...
Sì, è lei.

ore 9:00 - Tema n. 1: un irresistibile richiamo
Il tema esce su FB alle 9.00 e papà esclama “facilissimo: sei tornata a casa, l’ulivo!” Sorrido per il “facilissimo” e parte lo stream of consciousness. Mi viene in mente che a Brindisi ci fermiamo sempre in via Appia a prendere il pesce da mangiare possibilmente crudo, e quell’odore fortissimo appena scostata la tenda e di quando anni fa il pescivendolo disse: “Dottò, due datteri?” E io mi tappai le orecchie fresca-fresca di laurea in Biologia. Ma come fotografare un odore? Mi viene in mente quel suono che sento una volta lasciata la direttrice Brindisi-Taranto allo svincolo per Mesagne. Come fotografare un suono? Arrivo "ciao ma'" poi esco per il primo caffè. Ma di fotografare un sapore non ho voglia. Allora assaporo questo inizio del richiamo del migrante alla terra. 
Il fatto è che sappiamo benissimo i motivi per i quali non viviamo più qui. Così il migrante giustifica l’assenza dalla propria terra e amplifica il piacere del ritorno.
Per chi lasci è andare, per chi trovi è tornare
Si costruisce il ritorno, il migrante: sa che c’è sempre qualcuno che lo aspetta e vuole che ci sia sempre qualcuno ad aspettarlo e così da lontano si costruisce nuove persone felici di saperlo di nuovo qui. 
Il migrante avvisa, arriva e ha tutto il tempo già deciso nella sua testa: “faccio questo, poi vedo tizio, poi il caffè, poi un saluto ah ma la birra lì immancabile e il mare, sì il mare di Giugno quel sapore di ionio al tramonto o di adriatico di mattina, a scelta, tanto decide il vento”. Il senso del tempo è diverso per chi torna. Lo stanziale sai dove andartelo a trovare, addirittura lo rincorri come tu fossi un pazzo che pensa di non poter avere un domani, ma è vero però...basta un attimo e sei migrato di nuovo. Un concentrato di se-non-ora-quando in una frenesia che sembra non accontentarti mai. La tua faccia se è tosta, diventa di marmo, se è morbida è pane raffermo. Così, il tuo tempo a disposizione è a incastrare tutto.
Dunque questo richiamo, per seguire l'idea di papà, cos’è? Bè, sono io, è grano, terra rossa, chiesa, ulivo, mare e...la gente, naturalmente.
padella-phone


martedì 20 maggio 2014

camera e sud: a melissa, di nuovo


QUESTO l'ho scritto l'anno scorso a un anno dalla morte di Melissa.
Vale ancora.
Capito Melissuccia?
Mica ci scordiamo, ok?

Holga CFN120, Lomo red scale 120



domenica 13 aprile 2014

we are happy from Mesangeles



Nel 2013 esce la canzone Happy di Pharrel Williams.

Poco dopo, Clément Durou e Pierre Dupaquier’s realizzano il primo video ispirato alla canzone e lo intitolano We are happy from L.A. (il video dura 24 ore).

A Gennaio 2014 nasce il progetto We are Happy from creato da Julie Fersing and Loïc Fontaine che definiscono una benevolent idea per lanciare e diffondere un messaggio per la salvaguardia della felicità dell'umanità.

1 settimana fa è uscito il video realizzato a Mesagne (che noi oltretutto chiamiamo Mesangeles) dai ragazzi della web-series leaving, con la regia di Antonio Tocci.

(Enez Vaz, cbp e sburk: il fruttivendolo è quello del capodanno!!!)



Mi ha molto divertito sapere di questa nuova web-world-mania proprio da Arrogance, che sappiamo passare parte del suo tempo in Iraq. Me lo immagino a guardarsi i 1200 video realizzati finora in 119 Paesi del mondo dal suo bunker, e forse a ballare da solo.
Potrebbe mettere su We are Happy from Baghdad...

sabato 12 aprile 2014

pillole: Mr Tap-tap-tap

E mi fa: "Stai bene con quei pantaloni, sei Africana? "
"No, e poi sono fabbricati in India"
"Sei intelligente con quei pantaloni sembri intelligente".

Padella-phone
Marina di Pisa. Mi dice che a Ponsacco ci sta stretto stretto. "Gente troppo chiusa" e lo dice con quella "g" sbattuta sui denti tipica della lingua wolof. "Chi sta alla tua sinistra non ti chiede chi sei, come stai, se vuoi uscire, chi sei, andiamo a bere a ballare e tap-tap-tap", conclude ancheggiando. "Poi, vuoi dormire con me? Amici dico. Poi andiamo a giro...a Ponsacco nessuno dice questo."
Annuisco e ascolto seduta a terra sul marciapiede. Nel frattempo una signora si avvicina, apre un pacchetto fatto di fogli di giornale, prende i vestiti e lascia che i fogli volino su via Maiorca.
"In Senegal invece tutti dicono questo e anche a Taranto."
"A Taranto? Lavori lì?"
"Sì, pannelli solari, lavoro molto e tutti chiedono come stai e quanti fratelli hai, perché sei qui? Come sei arrivato? Gommone? Quanti morti? E chiedono sempre domande e poi la sera a ballare insieme, bar nascosti, chiacchierare e bere e tap-tap-tap (ancheggiando). Però l'estate qui a Marina meglio di Taranto. Qui gente compra."
Una tipa sulla quarantina viene verso di noi, gli si avvicina e parlandogli inglese gli batte un 5. Lui risponde in francese e le da' la mano, fiero di questo sbotto di espansività locale.
Lui si alza e controlla gli orari. L'autobus non arriva, ha saltato la corsa. 
Dal ristorante di fronte esce un trio improponibile, lui-lei-lui satolli di cibo e un po' alticci, vestiti a festa. Alla fermata oggi sembra di essere ne il tempo dei gitani di Kusturica, anche loro aspettano l'autobus. 
Io sono lì perché ben 3 contrattempi mi hanno impedito di prendere la macchina.
Lui torna a sedere scuotendo la testa. 
"Non ti lamenterai dei ritardi degli autobus in Italia?"
"È tardi, devo arrivare fino a Pisa, lasciare busta, prendere altre, poi con l'amico prendiamo macchina per andare verso Ponsacco, scarichiamo, carichiamo".
"E tap-tap-tap" dico senza guardarlo, mentre mi alzo dal marciapiede per andare verso l'autobus in arrivo.


lunedì 17 marzo 2014

Buchettino e la macchina perfetta

Padella-phone
E' semplice.
Basta entrare nella stanza di legno, scegliersi un lettino, togliere le scarpe, infilarsi sotto le coperte-tipo-militare, appoggiare la testa sul cuscino, chiudere gli occhi e ASCOLTARE.
Lasciare quindi che sia l'udito a guidare gli altri sensi.
Queste le regole del gioco di Buchettino, lo spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio che da 18 anni gira per i teatri del mondo e racconta la storia scritta da Perrault.
Sabato a raccontarci la sua storia è stata Silvia Pasello.
Vorrei apostrofarla con parole meno enfatiche, ma non mi viene altro che è perfetta.
Ci sta tutta col corpo e con la voce di ogni personaggio: dal piccolo Buchettino al grande orco malefico.
Ci sta tutta davanti al corpo di ogni spettatore incantanto, addormentato, sveglio, quello che è...e se li tiene tutti sopra, sotto e dietro di sé a non perdersi neanche una virgola.
E sta tutta anche con chi sta fuori dal cubo di legno -i tecnici- a fare pioggia, tempesta, porte che sbattono, urla di donne, uccelli notturni…
Perché è dall'uso della voce, del suono, delle musiche e dalla costruzione della scena che capisci che stai guardando uno spettacolo della Socìetas, perfettamente organico ed organizzato.

10 anni fa, come sabato scorso, entrai in quella stanza di legno e sentii:
"Marià, sei una tamarra, cacciati le scarpe!"
Era la voce di L. che si staccava dal brusìo generale.
Marià, infatti, per l'imbarazzo della novità era entrata sotto le coperte senza togliersi gli stivali.
Giò invece, circa a metà della storia, cominciò a russare.
Ma tutto questo era lecito allora, 10 anni fa, come sabato scorso al Teatro Era.
Buchettino sembra proprio rompere gli schemi comportamentali dello spettatore, cui è permesso ciò che normalmente non si fa: sdraiarsi, russare, parlare con l'attore, comunicare la paura, togliersi le scarpe...
Altro che soluzioni complicate per l'abbattimento della quarta parete.
Mic stavolta s'è perso un paio di pezzi perché si è abbioccato.
Un movimento di mani e corpi mamma/papà-figlio è iniziato quando nel bosco ha cominciato a piovere e un sospiro di sollievo s'è sentito quando le pietre di Buchettino hanno riportato a casa i sette fratelli, un "baaabboo" strozzato l'abbiamo ascoltato quando l'orco ha salito le scale...
...tutto questo lo abbiamo sentito senza vederlo, immaginato, proprio come deve essere quando si ascolta una fiaba.
Paura? Paura.
Gioia? Gioia.
Sonno? Sonno.
Lieto fine? Lieto fine.
Nulla di più, nulla di meno.
Che poi, sempre per non voler usare parole troppo enfatiche, è questo che rende la macchina, una macchina perfetta.
E la Socìetas quasi sempre lo è.

M'è piaciuto, no?

lunedì 10 marzo 2014

camera aperta: la prigione di Arrogance

Notizie dall' Iraq - oltre la rete

la xolaroid di Arrogance

"Rieccomi nella mia prigione", scrive Arrogance da Baghdad via whatsApp.
E lo convinco a scriverci due righe di getto.



Baghdad, 9.3.2014

Rieccomi a Baghdad, e riecco la sensazione di clausura, di soffocamento, di ottusità.
I miei interlocutori insistono testardamente a seguire le stesse vie, che li portano per forza a cozzare contro un muro. Guardi fuori dalla finestra e - alternate tra zone ormai "sub umane" da quante macerie stratificate vi sono accumulate - trovi piccole aree verdi, soprattutto vicino al Tigri. Lì ci sono contadini che, tra le chiome delle palme da datteri e la superficie di questo suolo antico, coltivano due strati di colture, frutta prima e ortaggi o grano più sotto. Ma come hanno fatto a perdere quella saggezza? Passando veloce con la macchina, nel caos perenne di traffico, tra i fumi neri dello smog, intuisci che lì dentro - in quella fitta ed intelligente selva - sta il nucleo della "Mezza luna fertile"; un piccolo grande messaggio di speranza.

Arrogance.


Qui le altre notizie di Arrogance:
Notizie dall' Iraq - sul tetto



domenica 9 febbraio 2014

Passaggio in Africa

Scese le scale dell'aereo ti arriva quell'odore di umido, acido e benzina che sono inconfondibili. 
L’ultima volta che ho sceso le scale dell'aereo che mi ha portato ad Antananarivo era il 2012 e mi sembra tantissimo tempo fa. Anche perché il 2012 è stato l’anno dell’indelebile scoperta del mondo arabo, quello del vicino oriente, talmente vicino che me lo porto anche qui e mi accorgo che faccio fatica a fare questo passaggio. Sono in aereo da 5 ore e non ho memoria di una così alta frequenza di turbolenze in un volo. Parigi-Tana sono 11 ore, ne mancano circa 6 quindi e inizio a sentire la stanchezza della danza da turbolenza. Sono con Ga e Va che sono seduti davanti a me e Ga mi guarda e dice che ormai la statistica non mente: c'è una correlazione positiva tra il bisogno di urinare e l'aumento della turbolenza, quindi l'impossibilità di raggiungere la toilette. Non ho paura, non penso mai che possa accadere qualcosa di brutto in volo, ma lo stomaco comincia a darmi fastidio e la malgascia che mi sta accanto ha più volte annunciato “je vais vomir” sono sul lato corridoio, quindi mi toccherà anche fare il salto per farla passare. Per distrarmi faccio un po’ di zapping nel microschermo che ho davanti. Ho dei rituali quando sono sui voli lunghi: cerco NCIS per sentire la voce originale di Anthony Dinozzo, poi switcho sul francese per sentire come doppiano Ziva, dopodiché mi cerco un filmetto. 
Lo trovo ed è bel-lis-si-mo. Giuro che non l’ho fatto apposta, perché il titolo “une bouteille à la mer” non mi dice nulla (m'ispira e basta) e neanche il regista francese Binisti mi dice nulla (mai sentito). Insomma, non potevo immaginare di guardare la storia di una ragazza franco-israeliana di 16 anni che si trasferisce a Gerusalemme con la famiglia e dice al fratello, soldato in missione a Gaza, di lanciare per lei una bottiglia in mare con dentro un messaggio e che questo messaggio poi lo trova un gazawa...e il film comincia e continua in una poesia e semplicità disarmanti.
Le 4 ore di sonno di stanotte e la corsa a Parigi per il ritardo accumulato col volo da Torino, mi tengono in uno stato di torpore costante e stanchezza con tanto di nuvolette nel cervello. Così ci metto 3 ore a guardare il film. Me lo guardo a pezzi, piano piano è mezzo in francese e in arabo con i sottotitoli in inglese e francese, a seconda della lingua che parlano. Un po' dormo, poi mi sveglio, torno indietro e mi riguardo il pezzo perso. Poi guardo dove siamo in volo e spengo un po’ e dormo di nuovo. Ho iniziato in Grecia. Incredibile, il film mi rapisce completamente; di tanto in tanto sento parlare malgascio, ma non riesco a concentrarmi. Sto tornando nel paese che mi ha aperto al mondo, quello a cui devo gran parte delle mie scelte, ma io sono rapita dai dettagli di questa storia, dagli occhi di Tal e Naim. Poi mi portano il pranzo e mi dico che non posso mangiare "con la televisione accesa". La mia vicina sembra stare meglio, mangia addirittura la panna cotta airfrance e si intasca la bottiglietta del vino. Io vinco la scommessa: c’è il sottaceto nella pasta airfrance e il pezzone di camembert. Me li mangio, lascio il vassoio e abbasso il sedile indietro. Il film finisce con l’inschalla più potente a cui abbia mai assistito e penso che basta, è davvero arrivato il momento di chiudere la porta del medioriente e spalancare quella dell’Africa.
Mi guardo intorno e mi accorgo che il tipo americano dell'altra fila non ha mai smesso di dormire da quando siamo saliti in aereo e siamo sull'Egitto.
Ga si è alzato per andare in bagno.



Padella-phone


venerdì 31 gennaio 2014

Kilmainham 4x4

A volte mi piacerebbe saper raccontare le mie storie solo con le foto.
Ma come raccontare della prigione di Kilmainham a Dublino?
Bisogna andarci e farselo raccontare, se uno proprio vuole sentire questa storia dei padri dell'Indipendenza arrestati e condannati a morte, di un popolo che per poter mangiare ogni giorno si è fatto arrestare, delle lavandaie sotto-terra, del set di "in the name of the father"...e di quanta gente sia ancora a favore della pena di morte, ma questo non te lo racconta James, te lo dice uno schermo all'entrata dopo che hai votato for or against.









Mini Yashica 4x4
EFKE-127 100

domenica 19 gennaio 2014

Urano: NURA



direzione Ramallah, 3 dicembre 2013

Oggi ho preso il service per andare a Ramallah. Mi ci ha portato Jal, prima di portare i figli a scuola. Solo che mi ci ha portato tardi e qui a Gerico il service parte solo quando si riempie. Per andare a Ramallah da Gerico i minuti sono 45, se tutto va bene. Non so come si chiami l’autista, so che io i soldi glieli ho dati subito e il service è vuoto. Ho contato i posti: 6 persone ancora prima di partire e dopo di me è salita Nura, che in arabo significa “la luce”. Nura sta studiando per diventare infermiera. Come me, ha fretta di arrivare a Ramallah: io alle 9:00 all’autorità Palestinese di gestione delle acque, lei a scuola.
Nura non parla bene inglese, dice che è difficile, io le dico che l’arabo è difficile e lei cerca di dirmi che come per me lo è l’arabo, per lei lo è l’inglese. Non fa una grinza. Dipende da che lingua parti (come mi ricorda sempre Vani che adesso studia il Russo) evidentemente partiamo entrambi da lingue sfigate.
Poi sale un signore (siamo 3!) completo marrone e la kefia rossa in testa. Lo capisco benissimo che sta chiedendo a Nura informazioni su di me, Nura mi sorride imbarazzata, capisce che sto capendo e non sa rispondere al signore: non sa nulla di me, solo che devo arrivare alle 9:00 a Ramallah come lei. Poi però me lo chiede ‘Aina anti? (“da dove vieni?”). Parliamo un po’ a gesti, un po’ invento con l’arabo e un po’ quindi ci capiamo. E’ giovane, avrà 20 anni, bellissima, il velo le mette in risalto occhi e bocca, poi qui hanno i denti bianchissimi e l’eyeliner nerissimo. Assomigliano tutte a mia sorella e a mia madre e io, se posso, questo lo dico alle persone, così poi mi chiedono se sono del maghreb e io posso dire “quasi, sono della Puglia” e da lì parte una lunga descrizione dell’Italia e poi 90/100 in Puglia ci sono andati, perché a Bari c’è lo IAO (Istituto Agronomico d’Oltremare) che è pieno di palestinesi. I discorsi si fanno più complicati: che lavoro fai, quanto resti qui, perché andrai in Giordania e allora cominciamo a parlare e a scrivere sul vetro appannato le parole, è divertente e il tempo passa però e il signore con la kefia rossa ci guarda e da dietro sento il fiato sul mio collo che poi forse è la sua ansia di capire chi sia questa vestita col cappotto buono e quella cartellina da lavoro su un service polveroso. Dice a Nura di sedersi accanto a me, così lui va al posto di Nura e può stare più comodo a guardarci. Cazzo siamo proprio in ritardo, sono un po’ in ansia, devo arrivare in tempo e il capo dei capi al telefono mi dice che non ce la farò mai se non parto subito. Mi sa che devo scendere e lasciare Nura, ma lei mi dice che stiamo per partire, mi dice che vorrebbe andare a Venezia a sposarsi e mi chiede se lì le macchine ci possono camminare, insomma, come funziona a Venezia con tutta quell’acqua. E io vorrei raccontarle del fascino della laguna e del ponte dei sospiri, ma è tardi e devo scendere a prendere un taxi e poi laguna è difficile anche da descrivere, visto che non so dirlo in arabo…uff che casino la lingua, i pensieri e i service che non partono. Intanto a Gerico fa caldo adesso, siamo 250 mt sotto il livello del mare a uno sputo dal mar morto, quindi non solo arriverò in ritardo al Ministero, puzzerò pure! Le faccio il disegno della città, dell’acqua intorno e del ponte, ma la storia come gliela racconto? E poi, che si racconta del ponte dei sospiri a una che vive con un muro intorno?
Scendo per prendere un taxi, è tardissimo, l’autista mi restituisce i soldi, ma il service s’è riempito proprio ora, altri 3 sono entrati. Rientro, restituisco i soldi e mi siedo di nuovo accanto a Nura. Puzzo. Comincia la salita verso Ramallah, Nura da quel momento in poi non parla più, guarda dritto davanti a sé, con lo sguardo di chi dice “dai, dai, corri”. Mi piace questa cosa di stare in silenzio, tutti guardano fuori, solo l’autista chiacchiera al telefono e mangia, tutti noi ascoltiamo la risalita dal livello del mare. Chi più chi meno, quella strada la sa a memoria, anche io quasi, tranne l’ultimo pezzo…il service entra in una nuvola bianca di strada sterrata in via di costruzione. Chiedo a Nura, lei non riesce a spiegarmi, ma dice una parola inconfondibile “Israeli” e allora capisco: l’ennesima deviazione, ma già puzzo, se poi al ministero ci devo andare col fegato incazzato…e non mi ci soffermo troppo, però finalmente mi fermo, siamo al capolinea, la temperatura si è abbassata di 10 gradi, saluto Nura mi dice che è stata contenta di avermi incontrato e mi chiede se sono su Facebook.

qui di Osam, qui di Salekh

domenica 5 gennaio 2014

5 gennaio 2013: un altro masculazzu



Forse se le fotografo poi sono masculazzi?
Siamo al quarto.

analogico Yashica MAT 124

Una sera a cena, con la Yashica MAT poggiata sul tavolino e tieni il respiro e tempi luuuunghissimi, come quelli di Ludovico, che proprio di uscire non aveva nessuna voglia.

Ben arrivato Ludovico, ora che ci sei!



Lu masculazzu by Mino de Santis on Grooveshark


venerdì 3 gennaio 2014

analogico 2013: details

Un saluto al 2013 con i dettagli, le persone, i luoghi, gli autoritratti e tutto quello che la fotografia analogica mi ha restituito quest'anno.
Mai avuto il dono della sintesi io e con questa mania di voler raccontare...
Allora qui una foto per tema, il resto sul lomo-album



DETTAGLI


Leuca piccola, Lecce - 2013


PENTAX MX


IL RESTO QUI: LOMO-ALBUM <details>