A tutto Est: in Giappone

domenica 9 febbraio 2014

Passaggio in Africa

Scese le scale dell'aereo ti arriva quell'odore di umido, acido e benzina che sono inconfondibili. 
L’ultima volta che ho sceso le scale dell'aereo che mi ha portato ad Antananarivo era il 2012 e mi sembra tantissimo tempo fa. Anche perché il 2012 è stato l’anno dell’indelebile scoperta del mondo arabo, quello del vicino oriente, talmente vicino che me lo porto anche qui e mi accorgo che faccio fatica a fare questo passaggio. Sono in aereo da 5 ore e non ho memoria di una così alta frequenza di turbolenze in un volo. Parigi-Tana sono 11 ore, ne mancano circa 6 quindi e inizio a sentire la stanchezza della danza da turbolenza. Sono con Ga e Va che sono seduti davanti a me e Ga mi guarda e dice che ormai la statistica non mente: c'è una correlazione positiva tra il bisogno di urinare e l'aumento della turbolenza, quindi l'impossibilità di raggiungere la toilette. Non ho paura, non penso mai che possa accadere qualcosa di brutto in volo, ma lo stomaco comincia a darmi fastidio e la malgascia che mi sta accanto ha più volte annunciato “je vais vomir” sono sul lato corridoio, quindi mi toccherà anche fare il salto per farla passare. Per distrarmi faccio un po’ di zapping nel microschermo che ho davanti. Ho dei rituali quando sono sui voli lunghi: cerco NCIS per sentire la voce originale di Anthony Dinozzo, poi switcho sul francese per sentire come doppiano Ziva, dopodiché mi cerco un filmetto. 
Lo trovo ed è bel-lis-si-mo. Giuro che non l’ho fatto apposta, perché il titolo “une bouteille à la mer” non mi dice nulla (m'ispira e basta) e neanche il regista francese Binisti mi dice nulla (mai sentito). Insomma, non potevo immaginare di guardare la storia di una ragazza franco-israeliana di 16 anni che si trasferisce a Gerusalemme con la famiglia e dice al fratello, soldato in missione a Gaza, di lanciare per lei una bottiglia in mare con dentro un messaggio e che questo messaggio poi lo trova un gazawa...e il film comincia e continua in una poesia e semplicità disarmanti.
Le 4 ore di sonno di stanotte e la corsa a Parigi per il ritardo accumulato col volo da Torino, mi tengono in uno stato di torpore costante e stanchezza con tanto di nuvolette nel cervello. Così ci metto 3 ore a guardare il film. Me lo guardo a pezzi, piano piano è mezzo in francese e in arabo con i sottotitoli in inglese e francese, a seconda della lingua che parlano. Un po' dormo, poi mi sveglio, torno indietro e mi riguardo il pezzo perso. Poi guardo dove siamo in volo e spengo un po’ e dormo di nuovo. Ho iniziato in Grecia. Incredibile, il film mi rapisce completamente; di tanto in tanto sento parlare malgascio, ma non riesco a concentrarmi. Sto tornando nel paese che mi ha aperto al mondo, quello a cui devo gran parte delle mie scelte, ma io sono rapita dai dettagli di questa storia, dagli occhi di Tal e Naim. Poi mi portano il pranzo e mi dico che non posso mangiare "con la televisione accesa". La mia vicina sembra stare meglio, mangia addirittura la panna cotta airfrance e si intasca la bottiglietta del vino. Io vinco la scommessa: c’è il sottaceto nella pasta airfrance e il pezzone di camembert. Me li mangio, lascio il vassoio e abbasso il sedile indietro. Il film finisce con l’inschalla più potente a cui abbia mai assistito e penso che basta, è davvero arrivato il momento di chiudere la porta del medioriente e spalancare quella dell’Africa.
Mi guardo intorno e mi accorgo che il tipo americano dell'altra fila non ha mai smesso di dormire da quando siamo saliti in aereo e siamo sull'Egitto.
Ga si è alzato per andare in bagno.



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